Sant Kirpal Singh Ji

 

Seconda parte - Le pietre angolari

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Le pietre angolari

capitolo I  

   La Corrente Sonora offre senza dubbio all'uomo la via più sicura per giungere dalla forma al Senza-Forma, ma il punto è: come può l'uomo accedere ad essa per condurre così a termine il viaggio interiore? Coloro che sono competenti in questo sentiero sostengono sempre che occorre adempiere tre condizioni prima di poter avere buon esito in questo yoga più autentico di tutti: 


   Satguru - La prima condizione è di trovare un Satguru o vero insegnante che sia un adepto in questa scienza mistica. È un soggetto di autorealizzazione pratica, non di dissertazione filosofica o di intuizioni. Se fosse un soggetto puramente teorico, allora libri e scritture sarebbero sufficienti a tal fine; se si trattasse di semplici sentimenti, allora ognuno potrebbe confidare nei suggerimenti della propria mente. Ma il problema che ci sta di fronte è di scoprire un “sesto” senso, una percezione diretta,  trascendentale di udito e vista interiori. Un uomo nato sordo e cieco può, con l'aiuto del Braille, studiare le più dettagliate esposizioni delle vaste e disparate esperienze audio-visive dell'uomo, però lo studio non gli potrà mai dare un'esperienza diretta. Tutt’al più dai libri può rendersi conto di un vasto piano di esperienze completamente al di là delle sue possibilità, il che genera in lui lo stimolo a scoprire un mezzo per trascendere le sue limitazioni fisiche. Solo l'esperto chirurgo o il medico sono in grado di ottenere una guarigione – sempre che il suo malessere sia curabile. Qualora cadesse nelle mani di un ciarlatano, le sue condizioni si aggraverebbero e si complicherebbero. 
   Allo stesso modo l'aspirante che cerca la conoscenza interiore,  spirituale deve cercare l'aiuto di uno che abbia già una perfetta conoscenza della via. Tutte le letture di scritture, tutti i pensieri possono al massimo condurlo ad una sola conclusione, purché ovviamente sia sensibile al problema in esame: la necessità di un Maestro vivente. Senza un Maestro del genere non può neppure capire il vero significato delle scritture di rivelazione, le quali parlano di esperienze oltre il suo livello d'esperienza, ed anche (quando sono) nella sua stessa lingua possono esprimersi solamente per mezzo di metafore e parabole, perché come potrebbero i discorsi del cieco essere fatti per esprimere direttamente quello di colui che vede ? Il tentativo di interpretare completamente la ricca eredità spirituale delle nostre letterature religiose nei termini della nostra esperienza limitata, potrebbe condurre ad una distorsione del loro vero significato. Noi potremmo immagazzinare un'enorme mole di saggezza psicologica, ma il significato interiore andrebbe per noi perso, e tutto il nostro teorizzare intellettuale ci farebbe approdare solamente ad interminabili contraddizioni teologiche delle quali sono oggi sovraccariche le varie religioni istituzionalizzate.
   Solo uno che abbia sperimentato di persona ciò che descrivono le grandi scritture, può guidarci al loro reale significato. Ma il compito di un istruttore spirituale non finisce qui. La spiegazione del vero significato della religione non è altro che il primo passo. Dopo che l'aspirante ha compreso la natura della sua méta, deve perseguirla praticamente e razionalmente. “Conoscere” è una cosa,  e “fare” è tutt'altra cosa. Il vero compito del Maestro ha inizio solo dopo aver spiegato all'aspirante il fine da conseguire. Non è sufficiente che il dottore diagnostichi la causa del malessere dell'uomo cieco, deve anche eseguire l'operazione. Pure la guida spirituale, al momento dell’iniziazione dà al discepolo un’esperienza di prima mano della Luce e del Suono interiori. Lo mette in contatto con la Corrente Divina, per quanto al livello più basso, e lo istruisce sulle sadhna da compiere per consolidare e sviluppare al massimo questa esperienza interiore.
   Chi riesce a trovare un tale Maestro è veramente beato. Ma scoprirlo ed essere da lui iniziati non è sufficiente. L'esperienza spirituale in germe che egli concede, deve essere nutrita e sviluppata al punto di piena fioritura spirituale. Per riuscire a fare questo, si deve accettare ciò che si apprende e tentare di metterlo in pratica. Conoscere un uomo del genere significa amarlo, e amarlo significare eseguire i suoi comandamenti. Finché non si ama e non si obbedisce così, e non si trasforma la propria vita, il dono del Guru rimane come un seme rinchiuso a chiave in una botte di ferro, dove non può germogliare e crescere fino alla fruttificazione. 


   Sadachar - È la necessità dell'autodisciplina che fa del sadachar la seconda pietra angolare dello schema ideale. Risulta difficile tradurre la parola sadachar. Se ne possono trovare molti equivalenti letterali, ma nessuno esprime il suo significato vasto e multilaterale. In breve significa una vita buona e pura. Non implica alcun rigido codice, né stabilisce formule morali, sibbene suggerisce purezza e semplicità, che irradiano dall’intimo e si diffondono all'esterno, permeando ogni azione, ogni parola, ogni pensiero. Riguarda tanto le proprie abitudini personali, buone ed igieniche, quanto l'etica individuale e sociale. E dal lato etico concerne non solamente le relazioni coi propri compagni, ma anche quelle con tutte le cose viventi, cioè armonia come conseguenza del riconoscimento che tutte le cose provengono dalla stessa Essenza e pertanto un verme fa parte di Brahman tanto quanto il più potente degli dèi, Indra.
   La prima lezione insegnata da un vero Guru è quella dell' "identità della sostanza", e chi ha afferrato questa verità disciplinerà la propria vita di conseguenza. Non sarà preda di desideri disordinati, la sua sola mira sarà di raggiungere il punto fermo che contiene in sé stesso tutte le azioni, il punto dove non avere nulla è possedere tutto. Saprà che l'unica strada che conduce alla realizzazione passa attraverso la rinuncia, e l'unica via per raggiungere l'Onnipotente sta nel liberarsi da tutti gli altri attaccamenti.
 

     Per arrivare a provar piacere in tutto,
     desidera di provare piacere in nulla.
     Per arrivare a possedere tutto,
     desidera di possedere nulla.
     Per arrivare ad essere tutto,
     desidera di essere nulla.”

                                                                    San Giovanni della Croce  

 
     Purifica la camera del tuo cuore
     ché il tuo Amato possa entrare.
                                                                    Tulsi Sahib 

     Dove non c'è nulla, c'è Dio.
                                                                    W. B. Yeats  

   Libero dal dèmone del desiderio (kama), egli si affrancherà dal dèmone della collera (krodh), che deriva dalla frustrazione del desiderio. Affrancatosi da questi, sarà altrettanto libero anche dall'avidità (lobh), dall'attaccamento (moh) e dall'orgoglio (ahankar), che sono solamente le propaggini del desiderio.
   La sua sarà una vita di distacco o nishkama, ma il distacco non rappresenterà per lui una vita di indifferenza o di rinuncia ascetica. Conoscere tutta la vita è scoprire un nuovo legame tra sé stessi ed il resto della creazione. Colui che sa tutto ciò non può essere semplicemente “indifferente”. Deve per forza essere tanto saturo da traboccare di misericordia verso tutto ciò che incontra, e la misericordia nei confronti del tutto deve implicare una certa santa indifferenza nei confronti della parte. Egli non sarà più legato ai propri ristretti interessi individuali, bensì dividerà il suo amore e le sue risorse con tutti. Svilupperà lentamente ma sicuramente qualcosa della compassione del Budda e dell'amore del Cristo. Né si sentirà chiamato a lasciare il mondo per la solitudine della foresta, della montagna o della grotta nel deserto. Il suo deve essere un distacco interiore, perché chi non riesce ad acquisirlo nella sua casa, non lo acquisirà nella foresta. Riconoscerà la grande utilità di ritirarsi occasionalmente dagli affari mondani e di dedicare le proprie cure al silenzio della meditazione e della concentrazione solitaria, ma non cercherà di fuggire dalla vita e dalle sue responsabilità. Sarà un marito amorevole e un buon padre, ma pur essendo ciò,  non dimenticherà mai lo scopo ultimo della vita, sempre cosciente di dare a Cesare ciò che è di Cesare, e riservando a Dio ciò che è di Dio. La maniera per trascendere il desiderio, ne sarà consapevole, non sta nel reprimerlo ma nell'affrontarlo con coraggio per vincerlo. Per lui il sanyasa non è un fatto di fuga esteriore o di evasione, ma di libertà interiore, un’idea bene espressa da Nanak con queste parole:

   Fa' che il contentarsi sia il tuo orecchino,
   E lo sforzo per il Divino, il rispetto per il
   sé superiore la tua bisaccia,
   E la costante meditazione su di Lui le tue ceneri;
   Fa' che l'esser pronto alla morte sia il tuo mantello,
   fa' che il tuo corpo sia come quello di una casta vergine.
   Fa' che gli insegnamenti del tuo Maestro
   siano il tuo bastone d'appoggio.
                                                                    Jap Ji

 

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